L’Unione Europea ha recentemente stabilito come parametro per la ripartizione del taglio della CO2 al 2020 il Pil procapite, criterio che indica solo la capacità di spesa di un paese ma non il potenziale effettivo di riduzione delle emissioni. Da qui il paradosso per cui chi ha un’efficienza energetica maggiore, ed emette meno CO2, deve compiere maggiori sforzi per rientrare nel target.
L’Italia, ad esempio, che nel 1990 aveva un livello di efficienza energetica più alto della media europea con il miglior rapporto di emissioni di CO2 rispetto al PIL, oggi non è più in linea con i parametri. La speranza di Assocarboni, l’associazione generale degli operatori del carbone, è quella che non si ripetano gli stessi errori commessi con il Protocollo di Kyoto, altrimenti il Paese si troverà a fronteggiare nuovamente un gap incolmabile. «Questa situazione - commenta Andrea Clavarino, Presidente di Assocarboni - non dipende dai nostri impianti, che sono i più ambientalizzati d’Europa, ma si tratta di scelte politiche sbagliate fatte da chi a suo tempo negoziò male per il nostro Paese, tanto che ancora oggi ne paghiamo le conseguenze». «Bisogna insistere affinché siano coinvolti anche i Paesi che emettono CO2 con impianti troppo vecchi». «Come associazione - conclude Clavarino - proporremo all’Unione Europa di adottare il criterio delle emissioni pro capite o di considerare almeno entrambi, emissioni e PIL Pro capite, per mettere insieme potenziale di riduzione e quello di spesa di un Paese».
In Italia, intanto, resta acceso anche il dibattito sul nucleare, una svolta doverosa ma che sicuramente richiede ancora tanto tempo per trarne beneficio. Nel frattempo, si deve investire in tutto il mix di soluzioni possibili per abbattere la spesa energetica. Una di queste è il carbone, che presenta ancora innegabili vantaggi e da cui l’Italia non può prescindere, per questo dobbiamo puntare sulla ricerca nel campo della cattura e sequestro della CO2.
Fonte : La Stampa
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