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Lo ‘’stillicidio” di allarmi alla centrale di Tricastin dimostra che il nucleare e’ ”estremamente” pericoloso e che bisognerebbe, piuttosto, investire su altre fonti energetiche. Lo ha dichiarato la portavoce dei Verdi Grazia Francescato, che ha aggiunto in una nota: ”Questa e’ una riprova che il nostro no all’atomo non e’ affatto ideologico, ma che si basa su dati scientifici”. ”Bisogna investire con forza sull’efficienza energetica e sulle energie rinnovabili, invece di continuare con questa follia del nucleare pericoloso”, ha concluso Francescato, specificando che, ”come dimostra lo studio presentato nei giorni scorsi all’ European Open Forum di Barcellona, sarebbe sufficiente catturare lo 0,3% della luce del Sahara per soddisfare i bisogni energetici dell’Europa e senza emissioni nocive”. (ANSA)
Continua...Via libera anche dal Consiglio Ue al regolamento proposto dalla Commissione in materia di ”persistent organic pollutants”, cioe’ i Pop, inquinanti organici persistenti, ossia sostanze pericolose per l’ambiente rilasciate dai processi industriali. Il provvedimento mira a aggiornare le norme vigenti che stabiliscono le modalita’ attraverso le quali devono essere trattati e distrutti i rifiuti costituiti o che contengano Pop, in modo che queste sostanze particolarmente dannose per l’ambiente siano distrutte o trasformate in modo irreversibile. Le nuove regole modificano il regolamento quadro in materia, il n. 850/2004 applicando anche il dettato dell’ottava conferenza delle Parti cella Convenzione di Basilea che ha adottato le linee guida tecniche generali per la gestione ecosostenibile dei rifiuti costituiti da inquinanti organici persistenti, che li contengano o ne siano contaminati. Il regolamento proposto definisce quindi anche i livelli di distruzione e trasformazione irreversibile, necessari per assicurare che non sia presente alcuna caratteristica di pericolosita’ propria di tali inquinanti e identifica i metodi per l’abbassamento delle emissioni in atmosfera e delle diossine. (ANSA)
Continua...PESCARA - A Gemma piacciono i ‘fegatini di pollo’. L’orsa marsicana, gia’ compagna dell’orso Bernardo morto avvelenato lo scorso anno, ne ha combinata una delle sue, probabilmente in compagnia dei due cuccioli: e’ entrata in un pollaio a 5 km da Scanno (L’Aquila) e ha ucciso 40 galline. La gran parte le ha aperte e divorate all’interno nelle interiora, forse anche per insegnare ai cuccioli come gustare i polli. Ed e’ questa ’scuola’ che preoccupa di piu’ gli studiosi, visto che i cuccioli potrebbero apprendere il vizio rapidamente. Danni comunque tutto sommato limitati, che verranno rifusi dal Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise. Preoccupa di piu’ il ‘brutto vizio’ che sembra aver preso Ferroio, un altro maschio marsicano di oltre 200 kg, che nelle scorse settimane ha dato l’assalto ad un branco di pecore, mangiandone 7 in tre riprese diverse. Nel frattempo pero’ l’allevatore ha ripristinato i recinti elettrici antiorso. Se Ferroio e’ stato fermato, la stessa cosa non si puo’ di dire di un branco di lupi che ieri nel comune di Opi ha sbranato 4 pecore in localita’ La Canala. (ANSA).
Continua...Torna la paura in Francia per un nuovo incidente alla centrale nucleare di Tricastin, a 40 chilometri da Avignone, nel sud della Francia. Oggi un centinaio di impiegati sono stati sgomberati dall’impianto a causa dell’allarme lanciato dopo una nuova fuoruscita di polvere radioattiva dal reattore numero 4.
Sulle 127 persone sgomberate, 45 sono state condotte in infermeria. Due operai presentano “tracce estremamente deboli” di radioattività definite “non significative”. “Siamo al di sotto della soglia”, ha rassicurato Jean Girardi, un ingegnere della centrale che ha parlato con la televisione privata lci. Per la compagnia elettrica Edf, questa fuoruscita di polveri non ha alcuna incidenza sulla salute del personale interessato. Un portavoce della compagnia, che gestisce l’impianto, ha detto in seguito che non c’è stato alcun incidente e che l’allarme è scattato accidentalmente: da qui, automaticamente, l’allontanamento del personale dal sito.
Sull’incidente, che si è verificato questa mattina alle 9:30 nell’edificio del reattore numero 4, fermo per manutenzione, sono in corso indagini. Si tratta del terzo incidente a Tricastin nell’ultimo mese e il quarto nella zona: il 23 luglio cento dipendenti sono stati “leggermente contaminati” con radioelementi fuorusciti da un condotto sempre dal reattore numero 4. Il 7 luglio scorso per errore sono stati riversati 74 chili di uranio in due fiumi.
Fonte: La repubblica
Continua...ROMA - Al via, anche quest’estate, l’operazione ”Pronto Fido” contro gli abbandoni. L’iniziativa di Radio Montecarlo e Aidaa consente di inviare un sms al numero di ”Io l’ho visto”, 3341051030, segnalando avvistamenti di cani abbandonati sulle strade e autostrade italiane. L’sms sara’ inoltrato direttamente al servizio delle ”ronde antiabbandono” dell’associazione Aidaa, che per tutto il mese di agosto presidieranno oltre 300 punti sensibili delle strade ed autostrade italiane in particolare, caselli, aree di sosta e servizio e svincoli delle tangenziali con oltre 450 volontari allo scopo di prevenire gli abbandoni e accudire i cani abbandonati sulle strade italiane.
I volontari dell’Aidaa agiranno in gruppi di cinque persone e avranno tra i loro compiti anche quello di raccogliere segnalazioni su coloro che abbandonano gli animali e procedere poi alla denuncia penale di coloro che si rendono responsabili di questo reato. L’obiettivo e’ quello di sveltire gli interventi di soccorso degli animali abbandonati, attraverso l’intervento dei volontari Aidaa e delle altre associazione animaliste. A questo proposito - fa sapere l’associazione - si cercano ancora almeno 200 volontari per garantire un presidio continuo e piu’ capillare possibile. Informazione sul sito http://www.prontofido.net. ( ANSA)
Continua...GEMONA (UDINE), 29 LUG - ”In Italia il ritorno al nucleare e’ impossibile”: lo ha detto a Udine in un incontro Davide Tabarelli, presidente di Nomisma Energia. ”E’ costato moltissimo uscirne - ha aggiunto - e costerebbe troppo ritornarvi. Inoltre - ha sostenuto Tabarelli - nel Paese manca il consenso”. ”L’idea di Nomisma Energia - per Tabarelli - e’ quella di fare dei rifiuti una risorsa energetica, impiegando i rifiuti urbani appositamente trattati e provenienti dalla raccolta differenziata”. Tabarelli ha concluso precisando che ”il principale problema delle risorse energetiche rinnovabili e’ legato a questioni amministrative, tecniche e - ha concluso - alla loro sporadica diffusione sul territorio italiano”. (ANSA).
Continua...| L’anagrafe canina regionale, il registro dei cani identificati con microchip o tatuaggio in Piemonte, è online, all’indirizzo [www.arvetpiemonte.it] (ma accessibile anche dal sito www.regione.piemonte.it/sanita). Obiettivo del servizio, ad accesso libero, è quello di fornire i riferimenti utili per rintracciare il luogo di custodia di un cane e il suo legittimo proprietario, nel rispetto della tutela della privacy del cittadino, attraverso l’inserimento del codice a 15 cifre del tatuaggio o del microchip. È possibile effettuare la lettura del codice presso i servizi veterinari delle Asl e gli ambulatori privati muniti dell’apposito strumento.L’aggiornamento del numero dei cani censiti avviene in tempo reale e corrisponde alle registrazioni effettuate nell’anagrafe regionale informatizzata, avviata nella seconda metà 2004. Pertanto, risultano registrati i cani identificati con microchip a partire da quella data, mentre quelli identificati con tatuaggio nel periodo precedente sono comunque registrati in archivi detenuti presso i servizi veterinari e i Comuni. Dal indirizzo online, inoltre, è possibile visionare l’elenco di tutti i servizi veterinari delle Asl, con i recapiti telefonici e gli indirizzi e accedere al sito dell’anagrafe canina nazionale. |
Fonte: La Zampa.it
Continua...Gli ingegneri del Technion-Israel Institute of Technology hanno studiato come ottenere ancora più produzione di energia dalle celle solari di silicio multicristalline incidendone la superficieChi l’avrebbe mai detto che “graffiando” delle celle fotovoltaiche si sarebbe potuto ottenere una maggiore efficienza, anziché correre il rischio di rovinarle? Gli scienziati del Technion-Israel Institute of Technology (TIIT) di Haifa sono, per l’appunto, riusciti nell’impresa attraverso una specifica tecnica di incisione della superficie. Il progetto è iniziato con il silicio monocristallino per poi ampliare i risultati al multisilicio e al silicio EFG (Edge-defined film-fed growth). La TIIT ha ottimizzato una tecnica di incisione chiamata dissoluzione da potenziale negativo (NPD), rivelando come il trattamento della superficie mc-Si migliori le prestazioni. La campagna di esperimenti ha rivelato che è necessario mantenere un potenziale negativo di -20 V o inferiore durante la procedura, identificando inoltre un tasso massimo di rimozione del silicio quando la concentrazione alcalina della soluzione veniva mantenuta tra 20-24%. La ricerca portata avanti dagli ingegneri è finanziata dal Programma Energia, Ambiente e Sviluppo Sostenibile dell’UE.
Fonte La Repubblica
Continua...Il nostro Paese si rivela in testa alla classifica europea per tasso di motorizzazione, primato che porta con se diversi lati negativi e primo fra tutti il conseguente tasso di inquinamentoL’Italia è detentrice di un primato di cui c’è poco da vantarsi. Secondo i dati rilasciati dall’Osservatorio sulla mobilità sostenibile dell’Associazione italiana ricostruttori pneumatici (Airp) il Belpaese è primo in Europa per densità automobilistica con una media nazionale di 60 autoveicoli ogni 100 abitanti per ciò che riguarda il 2007. Nella classifica stilata dall’Osservatorio, a livello regionale il primo posto va al Lazio con 69 auto ogni 100 persone, seguito da Umbria (67) e, a pari merito, Piemonte e Valle d’Aosta (64). Ultima la Liguria, con “solo” 52 macchine ogni 100 cittadini. Come si legge in nota dell’Airp, il primato europeo dell’Italia si associa inevitabilmente a diversi aspetti negativi legati al traffico e alla resa stradale, andando ad incidere marcatamente sul tasso di inquinamento. Secondo l’Associazione un tale tasso di motorizzazione comporta la necessità di “incentivare comportamenti e consumi virtuosi in termini ambientali, come l’uso dei gas piuttosto che benzina e gasolio o il sistematico controllo dei pneumatici per ridurre i consumi e le emissioni di anidride carbonica”.
Fonte: La Repubblica
Continua...LTRE 116 mila 600 ettari di boschi, il 27% dei quali in aree protette. E’ il bilancio degli incendi nel 2007, annus horribilis per estensione e gravità dei roghi. Ogni anno si misura il numero degli eventi, la superficie bruciata, l’estensione media, le vittime umane e i danni per alcune economie. Senza dimenticare anche i danni, a medio e lungo termine, per la biodiversità: le molte specie di animali eliminate dal fuoco indeboliscono gli ecosistemi e la loro capacità di fornire i servizi anche per l’uomo. Per aiutare la macchina operativa, il Wwf ha stilato l’”Incendiometro 2008″, un documento dettagliato nel quale sono identificate le 17 aree più vulnerabili agli incendi estivi e di maggiore pregio naturalistico. ma visto che la lotta contro i roghi non è nelle sole mani degli enti in prima linea - Vigili del fuoco, Corpo forestale, Protezione civile, volontari - ma anche in quelle dei cittadini, perché il controllo sociale è uno dei cardini dei paesi più civili per combattere qualunque azione contro l’ambiente, Repubblica.it e il Wwf lanciano una campagna di impegno civile per aiutare le istituzioni a raccogliere le notizie utili a completare la Mappa dell’Italia bruciata e i relativi catasti. I lettori di Repubblica.it che soggiorneranno, per vacanza o altri motivi, in uno dei luoghi indicati dalla Mappa, potranno inviare due tipi di informazioni:
L’”Incen-diario”. Brevi racconti, foto, testimonianze raccolte da abitanti dei luoghi sugli incendi avvenuti negli ultimi 10-15 anni nelle aree individuate.
L’albo degli “eroi del fuoco”. Brevi racconti, foto, testimonianze sulle pratiche più efficaci di prevenzione degli incendi, vissute personalmente dai lettori, dai cittadini, dai volontari, sia sul loro territorio che nelle località di vacanza.
Fino alla fine di agosto, Repubblica.it terrà un “Incen-diario” aggiornato con le testimonianze e le indicazioni dei lettori. Informazioni che il Wwf invierà ai 671 Comuni delle 17 aree della Mappa e al Corpo forestale dello Stato - che il governo ha incaricato di raccogliere i dati sulle aree incendiate - e rappresentaranno un contributo utile alla compilazione del catasto delle aree incendiate, per ogni Comune.
La legge e gli effetti. La media dei Comuni che hanno redatto il catasto delle aree incendiate è bassa, circa 1 su 4. I vincoli derivanti dalla catalogazione del terreno percorso dal fuoco sono ancora inattivi per buona parte del territorio. La nostra legge-quadro sugli incendi boschivi (n. 353) prevede infatti l’attribuzione di compiti importanti alle Regioni per la prevenzione, la lotta agli incendi, l’obbligo di censimento delle aree bruciate, l’inasprimento delle sanzioni penali per il reato di incendio boschivo, il divieto di nuove costruzioni, per dieci anni, sui terreni percorsi dal fuoco e, per quindici anni, di modifica di destinazione d’uso. Ma senza una conoscenza esatta di che cosa è accaduto in queste aree negli ultimi 10-15 anni, è quasi impossibile salvarle da ulteriori danni.
Dove sono le “aree calde”. Si concentrano soprattutto nel centro e Sud Italia, e vanno dall’Appennino tosco-emiliano (Alpi Apuane - garfagnana) alla Maremma tosco-laziale, dai Monti del Matese ai Monti Lepini-Ausonici-Aurunci, dalle aree boschive della Campania, Calabria e Basilicata (area Cilento, Val d’Agri, Pollino) alle Murge e valli fluviali lucane, nel Marchesato di Crotone fino alla Sicilia e Sardegna con 5 aree a rischio ciascuna. In Sicilia: i Monti Peloritani - Stretto di Messina, Monti Iblei- tavolati di Ragusa, Madonie, Monti Sicani - Rocca Busambra - colline di Carini, San Vito Lo Capo - lo Zingaro - Monte Inici. In Sardegna: Sulcis-Iglesiente, Sarrabus-Gerrei, Gennargentu-Supramonte-Orosei, Monte Limbara, costa da San Teodoro a Portobello di Gallura - Bocche di Bonifacio.
“Investire in prevenzione”. Per combattere la piaga degli incendi “è necessario fare ricorso a tutte le esperienze migliori - osserva Fulco Pratesi, presidente onorario del Wwf Italia - sono tante le concause che hanno provocato gli oltre diecimila incendi del 2007, ma forse la più concreta è quella di un’attenzione troppo scarsa e poco organica da parte di regioni ed enti locali. Le parole d’ordine sono: rispetto delle leggi, non perdere di vista le aree più pregiate e investire in prevenzione facendo tesoro dei buoni modelli già sperimentati”.
Fonte : La Repubblica
Tra cani e lupi. Entre chiens et loups. Qualcosa di incerto, al confine tra due opposti, tra la notte e il giorno, tra la verità e il torto. I francesi usano l’espressione per definire ciò che sfugge alla chiarezza cartesiana della ragione, che sconfina nel paradosso. E la strage di cani sulle montagne della Maurienne, sulle Alpi a due passi dall’Italia, sfugge a tutte le ragioni. Diciassette cani dei Pirenei sono stati avvelenati nel giro di due settimane: animali robusti, simili ai pastori maremmani, ma dal manto immacolato, soprannominati patou. Bestioni di 65 chili di peso, capaci di affrontare le zanne bianche dei loro cugini selvaggi, morti in un’atroce agonia.
Gli indiziati numero uno sono gli animalisti in perenne guerra con gli allevatori di pecore da quando, un quindicina di anni fa, i lupi sono ricomparsi sul versante francese, provenienti dal Piemonte. Dopo un secolo le valli della Savoia hanno visto il ritorno del più grande predatore europeo, orso escluso. E dopo pochi mesi sono cominciate le razzie di pecore. I pastori hanno reagito mettendo trappole, bocconi avvelenati, e oliando i fucili. Gruppi di attivisti amici dei lupi si sono mobilitati, hanno risalito le valli fino ai pascoli a tremila metri dove d’estate vengono portate le greggi. Per controllare, monitorare, denunciare gli abusi.
Qualcuno, forse, ha passato il confine della legalità. Ha voluto dare un avvertimento agli allevatori più bellicosi. Diciassette cani uccisi per salvare i lupi. I conti non tornano. La ragione neanche. Tanto più che le «Plan Loup», il programma lanciato dal governo francese nel 2004 per smussare le tensioni tra pastori e difensori dell’intangibilità della natura, stava funzionando a dovere. Lo Stato paga recinzioni elettriche, sostiene l’allevamento di cani pastore, rimborsa la perdita delle pecore, qualche decina, sgozzate ogni anno dai branchi a caccia di prede facili. In più ci sono i fondi dell’Unione Europea: tra il 2004 e il 2008 Bruxelles ha speso 5 milioni di euro in Francia, Spagna, Italia e Croazia per la coesistenza tra agricoltori e grandi carnivori, orsi e lupi.
Coesistenza difficile. Chi ha colpito i patou della Savoia conosce alla perfezione la valle della Maurienne. «Per arrivare al Plan de Sucre, dove sono stati avvelenati gli ultimi due cani - spiega René Grange, un allevatore del villaggio Les Villards - bisogna camminare per due ore, superare un dislivello di mille metri da dove finisce la strada. Bisogna sapere dove sono le recinzioni. Evitare la capanna dove dormono i miei due aiuto pastore, due ragazzi che adesso hanno paura. Le polpette di maiale sono state lasciate all’alba, in un posto dove sicuramente i cani le avrebbero trovate. È l’opera di un criminale o di un pazzo. E se l’avessero mangiate per gioco dei bambini?».
Il veleno usato è un antiparassitario contro le lumache, di quelli che servono a far crescere intatta la lattuga. Molto potente. Nei mammiferi provoca una diarrea inarrestabile e letale, oltre a insufficienza respiratoria. La vittima muore disidratata e soffocata. Veleni simili sono stati usati anche per avvelenare i lupi. Daniel Vieux, dell’«Association pour la protection des animaux sauvages», pensa che i patou potrebbero essere stati uccisi per sbaglio, da chi invece voleva far fuori i loro avversari. «Ci sono circa cento lupi, canis lupus, in Francia in questo momento - spiega Vieux -. Ed è in corso una guerra civile tra pastori, tra quelli che accettano le regole della convivenza e quelli che vorrebbero vederli sparire tutti, come è stato per un secolo».
Spunta una terza ipotesi: la vendetta da parte di un allevatore integralista contro quelli che hanno accettato le disposizioni del governo, e hanno preso anche le sovvenzioni. Nella valle della Maurienne da due anni non si verificavano assalti alle pecore da parte dei lupi. Ma il ritorno dei lupi ha complicato comunque i ritmi tranquilli della transumanza. Le pecore, all’inizio dell’estate vengono portate sugli alpeggi, oltre la linea dei boschi. E ci stanno per quattro, cinque mesi. Prima erano lasciate completamente libere. Adesso servono recinzioni e cani pastori. «Alcuni - continua Vieux - si sono adattati alla nuova situazione, altri no. E sono arrabbiati».
Tra cani e lupi, le differenze genetiche sono minime. È un sottile declivio, un’ambiguità incarnata alla perfezione dal Buck di Jack London. I patou, obbedienti al loro padrone, conservano l’inesauribile, feroce vitalità del lupo, un animale che ha attraversato indenne le ere glaciali e colonizzato tutto il mondo, deserti e giungle tropicali esclusi. Solo un orso, in un combattimento a viso aperto, potrebbe ucciderli. Oppure un uomo, a tradimento.
Fonte: La Zampa.it
Un depuratore realizzato nell’area tra il polo chimico e l’ex zuccherificio di Spinetta Marengo. Potrebbe essere questa la soluzione per ”ripulire” dal cromo l’acqua della falda superficiale. L’ipotesi e’ emersa dopo l’incontro a Roma del sindaco Piercarlo Fabbio e del presidente Amag, Lorenzo Repetto, con il capo di gabinetto e il direttore tecnico del ministero dell’Ambiente. L’impianto, costo previsto sui 40 milioni di euro, servirebbe anche per intercettare l’acqua in uscita dallo stabilimento e farla rientrare dopo l’intervento di depurazione, chiudendo il ciclo interno. Si e’ deciso il coinvolgimento dell’Apat (Agenzia protezione ambiente territorio) per la definizione di un accordo di programma relativo alla bonifica dell’area inquinata, definita dopo la realizzazione di una serie di pozzi di controllo. Intanto saranno scavate tre trincee, larghe una cinquantina di metri e profonde tre, per le analisi del vecchio canale di scarico, che potrebbe essere la causa dell’inquinamento. Per quanto riguarda il risarcimento dei danni, il Comune chiedera’ al polo chimico di aumentare la produzione, con conseguente incremento dei posi di lavoro. (ANSA).
Continua...Servono cinque milioni di euro per ristabilire l’equilibrio ambientale nell’area umida del Parco naturale regionale di Molentargius-Saline. E’ l’appello lanciato oggi alla Regione, durante la presentazione del sistema di telerilevamento incendi, dal Presidente del Parco, Luigi Ruggeri, e dal direttore, Mariano Mariani. I soldi, secondo Ruggeri, dovranno essere utilizzati per ”azioni di riqualificazione dell’intero sistema idrico, dagli argini semidistrutti, al dragaggio delle vasche (mai sistemate in 15 anni), alla sistemazione degli scarichi. Deve essere chiaro - ha aggiunto - che Molentargius non si regge autonomamente, ma e’ un sistema artificiale in cui si sono insediate specie animali di particolare rarita’ e bellezza”. Intanto, come ha ricordato Mariani, ”a settembre con l’assessorato dell’Ambiente dovremmo trovare una soluzione per completare il finanziamento regionale necessario alla sopravvivenza del Parco (1,4 milioni di euro contro i 500 mila euro finora stanziati)”. Tra le ipotesi di riqualificazione vi e’ quella che prevede la ripresa della produzione di sale nelle vasche piu’ vicine al litorale del Poetto. ”Con l’affidamento della gestione produttiva delle saline il Parco potrebbe essere visto non solo come risorsa ambientale - ha detto Floris - ma anche come fonte di occupazione e di impresa”. Secondo una stima prudenziale dell’ente Parco, dalle vasche potrebbero essere estratte 40 mila tonnellate di sale con un introito di circa 650 mila euro destinati alla gestione dell’area umida cagliaritana. (ANSA)
Continua...E’ la terza causa di incidenti stradali e ogni anno ne causa almeno 4000
Subito dopo l’ubriachezza ed i colpi di sonno, tra le cause potenziali di incidenti stradali gravi ci sono gli animali abbandonati e selvatici che ogni anno causano almeno 4.000 incidenti stradali di cui almeno un migliaio con feriti gravi. In almeno una trentina di casi, nel 2007, si sono registrati addirittura dei decessi. Sono dati allarmanti se si considera che almeno 3.000 incidenti sono stati causati lo scorso anno da animali abbandonati sulle strade e sulle autostrade prevalentemente nel periodo estivo.
A lanciare l’allarme l’associazione italiana difesa animali ed ambiente che ricorda questi dati nel corso della campagna di prevenzione degli abbandoni “Io l’ho visto” in collaborazione con Radio Montecarlo e che vedrà diverse centinaia di volontari presidiare i punti nevralgici di strade ed autostrade nel tentativo di prevenire gli abbandoni e salvare gli animali abbandonati dai vacanzieri.
Anche sulla base delle statistiche riportate, Aidaa chiede che il proprietario di un cane abbandonato che si rende responsabile suo malgrado di un incidente stradale che causi la morte di uno o più viaggiatori sia accusato di omicidio colposo e venga giudicato con la stessa severità con la quale ultimamente vengono colpiti gli investitori o i responsabili di incidenti trovati in stato di ebrezza.
Fonte : La Zampa.it
UUT VEENHOVEN, IL SOCIOLOGO CHE HA CREATO LA PIÙ GRANDE BANCA DATI SUL TEMA, SPIEGA LA SUA RICETTA
Sette cose da sapere sulla felicità

È diffusa come non mai, nasce dalla libertà e non dai soldi, allunga la vita
IVAN FULCO
Non chiedete a Ruut Veenhoven, professore di Sociologia all’Università Erasmus di Rotterdam, come definirebbe il suo lavoro di ricerca, perché non esiste un termine ufficiale per gli «esperti di felicità». Eppure lui è un luminare del campo. Si occupa della direzione del WDH, «World Database of Happiness», un progetto nato da una sua idea e gestito da un team di 28 ricercatori. Obiettivo: creare una banca dati globale delle ricerche sulla felicità per determinare gli «indici della gioia» di ogni nazione. Se qualche sondaggista vi ha mai chiesto se siete felici, probabilmente anche voi siete un dato nei computer di Veenhoven.
Perché studiare la felicità?
«L’obiettivo è aiutare chi governa a creare più felicità per più persone. E per farlo è necessario comprendere la felicità e le condizioni che la determinano. Il WDH è uno strumento per accumulare conoscenza sul tema. Raccoglie le ricerche disponibili e le organizza in modo che siano confrontabili».
Come si misura la felicità?
«Il team si occupa prima di tutto di raccogliere il materiale di altri ricercatori, individuando le ricerche che contengano informazioni sulla felicità in qualsiasi parte del mondo. Da questa massa di dati estraiamo gli studi coerenti con la nostra definizione di felicità. All’interno di quest’ultimo gruppo ricerchiamo quindi le informazioni relative al livello di felicità osservato, in genere basato sulle risposte a una singola domanda, del genere: “Quanto sei soddisfatto allo stato attuale della tua vita? Indicalo con un numero da 1 a 10″. I risultati sono ricondotti a una scala standard e inseriti nel database “Felicità nelle nazioni”. Oggi abbiamo dati comparabili relativi a 130 nazioni. In 15 di queste l’arco temporale di analisi supera i 20 anni».
Dopo decenni di ricerche, che cosa ha capito della felicità?
«Ho capito sette cose. Primo, la maggior parte delle persone sono felici. Nei media vediamo prevalentemente le miserie umane, ma gli studi mostrano un quadro differente. Secondo, la felicità media è aumentata nella maggior parte delle nazioni negli ultimi 30 anni. Terzo, l’ineguaglianza si è tendenzialmente ridotta. Quarto, la felicità media è ai massimi storici nelle nazioni moderne, sebbene le persone tendano oggi a essere critiche verso la propria società. Quinto, la felicità dipende più dal soddisfacimento dei bisogni umani universali che non dal rispetto degli standard culturali di “vita agiata”. Sesto, la felicità è indice di efficienza. E come tale promuove l’efficienza, rendendo le persone più aperte e attive. Settimo, la felicità protegge anche dalle malattie e di conseguenza le persone felici vivono più a lungo. Le ripercussioni della felicità sulla longevità sono paragonabili a quelli dell’essere o meno fumatore».
Qual è l’identikit di una nazione felice?
«Distinguerei quattro punti. Primo, ricchezza materiale. Le persone tendono a essere più felici nelle nazioni ricche. Secondo, libertà. Libertà politica, economica e nella sfera privata. Per esempio libertà di religione, di sposare chi si ama e di vivere secondo le proprie inclinazioni sessuali, e questo include i matrimoni gay. Terzo, buon governo e stato di diritto. Queste condizioni istituzionali incidono sulla felicità indipendentemente dai partiti al potere. Quarto, tolleranza. Minori sono gli stereotipi negativi in un Paese, più felici sono mediamente i cittadini».
In quali settori dovrebbero investire le nazioni occidentali per incrementare la felicità globale?
«A livello sociale la felicità può essere massimizzata impegnandosi nel buon governo e nello stato di diritto. I governi dovrebbero inoltre cercare di preservare le libertà e la tolleranza. Ma la felicità può anche essere incrementata aiutando le persone a compiere scelte di vita più informate. Le ricerche mostrano che non riusciamo a prevedere come le decisioni incideranno sulla nostra felicità. Un esempio classico è che le persone tendono a sovrastimare il guadagno di felicità derivante da un aumento di stipendio, ma sottovalutano l’effetto negativo del maggior tempo trascorso sui mezzi pubblici. Gli studi su larga scala possono mostrarci come queste decisioni hanno influenzato persone simili a noi nel passato recente. I governi dovrebbero investire su queste ricerche, che darebbero importanti risultati nel lungo termine».
Chi è Veenhoven Sociologo
RUOLO: E’ PROFESSORE DI SOCIOLOGIA ALL’UNIVERSITA’ ERASMUS DI ROTTERDAM-OLANDA
I LIBRI: «CONDITIONS OF HAPPINESS» «HAPPINESS IN NATIONS» «HAPPY LIFE-EXPECTANCY»
+ TuttoScienze
Un giro sott’acqua alla ricerca di scogli, conchiglie e murene degni di essere fotografati è possibile anche senza allontanarsi troppo dalle nostre coste. Non serve immergersi nelle acque tropicali per scoprire meraviglie, lo si può fare tranquillamente anche nei mari italiani. Sono diverse, infatti, le riserve marine del nostro Paese che hanno ottenuto l’ok da Greenpeace nella classifica dei fondali più puliti contenuta nel dossier “Riserve marine ai raggi X”.
I primi tre posti. Secondo la graduatoria, tra le mete più gradite dai sub ci sarebbero l’area di Pianosa (Livorno), Portofino (Genova) e Capo Carbonara-Villasimius (Cagliari). Le tre aree protette hanno ottenuto il miglior voto (”distinto”) nell’ambito del monitoraggio subacqueo effettuato dall’associazione ambientalista in collaborazione con Dan (Diving Action Network) e Nase all’interno del Des (Divers Environmental Survey), un progetto di monitoraggio dei fondali marini.
Promossi e bocciati. Si classificano in ottime posizioni anche Tavolara-Punta Coda Cavallo (Olbia-Tempio), Capo Caccia (Alghero-Sassari), Tor Paterno (Roma) e Ventotene (Latina), mentre si devono accontentare della sufficienza Porto Cesareo (Lecce) e le Cinque Terre (La Spezia). Bocciati, invece, i fondali di Plemmirio in provincia di Siracusa e le Isole dei Ciclopi nel Catanese, dove l’immersione sarebbe sconsigliata a causa del precario stato di salute dell’area.
I parametri. Il dossier ha preso in considerazione 12 parametri per valutare lo stato di salute delle aree marine protette: quattro nel gruppo tematico “stato generale”, che comprende lo studio della presenza di mucillagini, rifiuti, reti o lenze perse e il grado di torbidità; altri quattro in “popolamento ittico”, secondo i quali si valuterebbe la presenza di esemplari di cernia, corvina, dentice, sarago; infine, il “popolamento” e quindi la presenza di piante come la posidonia, ma anche di alghe e gorgonie.
“Chiudere alla pesca per ripopolare”. Nelle aree monitorate, maggiori preoccupazioni sono state riscontrate per quel che riguarda i popolamenti ittici e i popolamenti dei fondali. “Le aree - ha dichiarato il responsabile mare di Greenpeace, Alessandro Giannì - si confermano uno strumento valido al ripopolamento in presenza di controlli severi e in assenza di prelievo da pesca. Questo richiederebbe la creazione di una rete efficace di riserve marine, chiuse alla pesca e all’inquinamento, che copra il 40% dei mari italiani al fine di ripopolare i mari e restituire opportunità di lavoro al mondo della pesca che negli ultimi anni ha perso 15.500 posti di lavoro”.
La pesca di frodo. Il dossier ha identificato cinque questioni preoccupanti che minerebbero lo stato di salute dei nostri fondali. Ad esempio, la pesca di frodo: è il problema più diffuso, riscontrato in modo particolare nelle aree di Plemmirio e delle Isole dei Ciclopi. Nella zona A, quella più protetta, sono state trovate reti da pesca, così come anche a Pianosa, leader della graduatoria. A Tor Paterno sono stati intercettati pescatori con le canne, a Porto Cesareo è stato fotografato un pescatore subacqueo.
La “zonizzazione”. Sarebbe insufficiente la “zonizzazione”, ovvero la definizione dei livelli di tutela. In Italia esiste una suddivisione su tre livelli di tutela: zone A (massima), B (intermedia) e C (minore). Tuttavia, rileva il dossier, sono stati osservati posti bellissimi in zona C e posti dove non c’era molto in zona A.
L’eccesso di urbanizzazione. In alcune aree marine è stato rilevato un eccesso di sedimentazione e torbidità dovuto in parte all’urbanizzazione della costa che includerebbe la costruzione di case, strade, porti con il rilascio di fango e altre sostanze. Un esempio è Punta Mesco alle Cinque Terre.
La presenza di specie straniere. Meno famosa della sua ‘parente’ Caulerpa taxifolia (la cosiddetta “alga assassina”), l’alga Caulerpa racemosa è stata trovata dalla Sicilia all’Arcipelago Toscano e risulta ormai diffusa in tutto il Mediterraneo, soprattutto nel Sud.
L’impatto del cambiamento climatico. Tra le possibili conseguenze sembra esserci la morìa del popolamento di corallo rosso a bassa profondità presso la Grotta di Falco a Capo Caccia.
Fonte: La Repubblica
Continua...Il grande incendio che per il quinto giorno consecutivo sta devastando l’isola di Rodi e’ ormai ‘’sotto controllo” e i turisti evacuati ieri potranno tornare ai loro alberghi sulla costa perche’ anche il fumo sta scemando. Lo hanno assicurato le autorita’ del centro di crisi greco al consolato italiano di Rodi. ”La situazione e’ ormai sotto controllo e si spera di estinguere completamente le fiamme entro domani” ha detto all’Ansa la responsabile consolare italiana sull’isola, Donatella Berni. E’ stato intanto deciso che i turisti evacuati ieri dalla costa, circa duemila, tra cui alcune centinaia di italiani, possano tornare ai propri alberghi perche’ ”l’emergenza fumo” sta finendo a causa del ridursi dei venti. L’incendio, che ha distrutto cinquemila ettari della piu’ antica foresta di conifere e’ comunque definito oggi una ”apocalisse ecologica” dalla stampa locale e nazionale sottolineando che si tratta della peggiore catastrofe di questo tipo vissuta dall’isola. ”E’ una gigantesca catastrofe” dice all’Ansa telefonicamente da Rodi Spyridoula Strati, giornalista del quotidiano locale Proodos, che ha seguito la storia e che appare piu’ prudente delle autorita’ sull’andamento dell’incendio. ”Per il momento continua a bruciare, anche se non avanza”, dice. E aggiunge: ”abbiamo avuto incendi nel 1987 e nel 1992, ma questo e’ certamente il peggiore. Ha incenerito migliaia di ettari di una foresta mai prima lambita dalle fiamme, e nessun rimboscamento potra’ compensare tale disastro”. (ANSA)
Continua...Nel 2008 la popolazione degli alveari ridotta del 40%. A rischio produzione di miele. Le regioni lanciano allarme
MILANO - La vita delle api è sempre più costellata di ostacoli: insetticidi, pioggia, parassiti. Tanto che gli apicoltori lanciano l’allarme: solo nel 2008 la popolazione degli alveari in Italia si è ridotta del 40%. Una strage che si riflette nella produzione di miele, calata del 30% rispetto allo scorso anno. E che preoccupa anche la politica: la manovra economica triennale, approvata dalla Camera, prevede uno stanziamento di due milioni di euro destinato proprio al settore dell’apicoltura.
MIELE A RISCHIO - Praticamente nullo il raccolto di miele di agrumi in Sicilia, scarsissimo in Calabria, Basilicata e Puglia. Brutte notizie anche per il miele d’acacia, il più consumato in Italia: al Nord e in Toscana a causa delle piogge incessanti se ne è raccolto poco, un po’ di più nel Centro. Niente miele di tarassaco nel 2008 a causa dello spopolamento degli alveari (oltre 50 mila produttori hanno perso le api raccoglitrici in campo) e dell’esodo forzato di alveari dalle zone contaminate da insetticidi tossici dispersi nelle operazioni di semina del mais. Il miele millefiori primaverile ha avuto un tracollo di produzione del 70%, mentre si spera che vada meglio per quelli estivi, come l’eucalipto e il castagno.
INCONTRO A ROMA - Il ministro delle Politiche Agricole Luca Zaia si è detto soddisfatto del finanziamento da due milioni per cui si era battuto: «Avevo raccolto le segnalazioni degli apicoltori - ha spiegato - e avevo richiesto l’introduzione del fondo per il settore. L’apicoltura è un’attività importante sia per la produzione di miele sia per la conservazione dell’ambiente naturale, dell’ecosistema e dell’agricoltura». Zaia ha convocato per martedì 29 luglio un incontro al ministero con le associazioni e le regioni per valutare iniziative comuni contro la moria delle api. Sull’argomento è intervenuto anche il ministro ombra dell’Ambiente del Pd, Ermete Realacci, secondo cui «la moria delle api sta diventando una vera e propria emergenza». Realacci appoggia «la richiesta che arriva da molte regioni di fermare l’uso dei pesticidi che potrebbero essere responsabili del fenomeno».
STUDIO CANADESE - Intanto dal Canada arriva un’altra ipotesi sulle cause che stanno portando le api alla distruzione. Secondo alcuni ricercatori guidati da Michel Otterstarter dell’Università di Toronto gli alveari selvatici sarebbero gravemente colpiti da una malattia diffusa dalle api d’allevamento. Secondo i ricercatori sarebbero proprio le api allevate a fini commerciali e poi rilasciate all’interno delle serre per favorire l’impollinazione delle piante a diffondere pericolosi patogeni che mettono a rischio la sopravvivenza delle api in natura. Analizzando una popolazione di bombi selvatici che viveva nei dintorni di un’area coltivata, gli studiosi sono riusciti a determinare questo interscambio di patogeni tra le due popolazioni di api: quelle selvatiche e quelle allevate. L’agente patogeno si chiama ‘Crithidia bombi’, un parasita che tipicamente infetta le api allevate, ma assente in quelle che vivono in natura.
Fonte : Corriere della Sera
Continua...Aveva 140 anni un esemplare di balena della Groenlandia cacciata e uccisa l’anno scorso dalla comunita’ eschimese degli Inuit di Barrow, in Alaska. ”Era nata verosimilmente durante la guerra di secessione, sopravvissuta alle cacce sfrenate di fine secolo e a due guerre mondiali”, spiega Fabrizio Borsani, biologo esperto di bioacustica. Insomma, si sapeva che questi animali raggiungono gli 80 anni, ma nessuno immaginava potessero vivere addirittura a cavallo di tre secoli. A svelare la veneranda eta’ di questo gigante del mare, un maschio di circa 15 metri, e’ stato un proiettile, nascosto nella scapola destra dell’animale. Una sorta di analisi balistica che sembra arrivare direttamente da una puntata della famosa serie televisiva ‘Crime scene investigation’, questa volta applicata ad un frammento metallico di lancia esplosiva. ”E’ quanto racconta in un articolo comparso sulla rivista ‘Polar biology’ il biologo statunitense Craig George, che da anni lavora nella comunita’ eschimese locale - afferma Borsani - e si tratta non solo di una scoperta sulla longevita’ di questi animali, ma anche sulle loro rotte: significa che per 140 anni questa balena si e’ mossa seguendo sempre la stessa strada”. Craig infatti, dopo vari confronti con reperti museali, ha scoperto che il frammento dell’arma rinvenuto all’interno della balena portava la firma del suo autore: Ebenezer Pierce, che durante la guerra di secessione aveva brevettato questo tipo di punta esplosiva. Il che ha consentito di risalire alla data di produzione, fra il 1879 e il 1885, anno in cui era stata modernizzata la lancia esplosiva. ”Gli attrezzi da caccia della baleneria dell’epoca venivano costantemente aggiornati e migliorati - aggiunge Borsani - e non solo e’ impensabile che in un Paese di cacciatori abbiano tenuto da parte le munizioni, ma anche che si sia trovato successivamente lo strumento adatto per usare questo tipo di ‘proiettile’. D’altronde, gia’ nel 1980 era stato rinvenuto un esemplare di balena della Groenlandia, che secondo l’analisi chimica del cristallino dell’occhio aveva dimostrato di aver superato i 100 anni di eta’. Quindi il conto torna”. Intanto i cacciatori eschimesi sono alle prese con gli effetti del riscaldamento del Pianeta, che minaccia le loro risorse di cibo. Il ghiaccio che si ritira ha portato alla luce buche del terreno che contengono riserve di grasso di balena ‘millenarie’, il cosiddetto ‘maktak’, l’unica fonte di vitamina naturale nell’Artico. ”Le riserve sono state recentemente datate tra i 3mila e i 5mila anni fa - spiega l’esperto - Eliminate anche quelle, il problema adesso e’ che con lo scioglimento del permafrost la comunita’ di eschimesi, che ha una quota di caccia assegnata di 4 esemplari di balena l’anno, principale fonte di cibo, non riesce piu’ a catturarne a sufficienza. Le balene migrano sempre piu’ lontano dalla costa, che si sta ritirando, diventando irraggiungibili per gli eschimesi e per le loro fragili imbarcazioni fatte di ossa e pelli di foca”. Quindi, a dispetto delle balene che riescono a oltrepassare un secolo di eta’, oggi chi rischia la sopravvivenza e’ la comunita’ degli Inuit di Barrow, a causa dei mutamenti del clima.(ANSA).
Continua...| Un gruppo di studiosi dell’Università australiana di Camberra diretti da Ove Hoegh-Guldberg propone, attraverso le pagine della rivista Science, per salvare le specie a rischio a causa dei cambiamenti climatici la necessità di un sistema di migrazione assistita per spostare specie animali in nuovi habitat da loro mai colonizzati naturalmente, ma più ospitali.«I rapidi cambiamenti climatici hanno già causato - dichiarano gli autori sulle pagine della rivista americana - cambiamenti nella distribuzione geografica di molte piante e animali, portando a gravi contrazioni o vere e proprie estinzioni di specie».
La distribuzione geografica di molte specie, inoltre, sta già variando naturalmente attraverso uno spostamento progressivo verso i poli, all’”inseguimento” del loro habitat naturale che sta a sua volta slittando a nuove latitudini. Ma altre specie da sole non ce la fanno a disperdersi autonomamente per stare al passo coi cambiamenti climatici e sono proprio loro a rischiare maggiormente l’estinzione. Per questo, propongono gli esperti, le autorità competenti dovrebbero contemplare l’opportunità della migrazione assistita per spostarle in luoghi più sicuri. Ovviamente non è semplice come portare un gatto in vacanza: spostare una specie da un luogo all’altro richiede la valutazione attenta delle conseguenze di questa colonizzazione artificiale del territorio, altrimenti si rischia di creare conflitti tra specie e di far finire tra le grinfie di inattesi predatori animali non abituati a confrontarsi con loro. Insomma «non stiamo proponendo di spostare mandrie di rinoceronti in Arizona o l’Orso bianco al Polo Sud - scrivono gli autori - né tanto meno grossi predatori in zone di allevamento di bestiame». Ma va considerato che in alcune zone la temperatura salirà di oltre 4 gradi in 100 anni, per cui la migrazione assistita potrebbe rappresentare l’ultima chance di salvezza per molte specie. |
Fonte : La Stampa
Continua...TORINO

Sei diventato nero. E’successo al pomodoro, rosso dentro, ma color melanzana fuori: «Un cambiamento di colore assolutamente naturale - sottolineano i ricercatori del progetto “Tom-Anto” che l’hanno creato - ottenuto senza l’uso di alcuna tecnologia Ogm, notoriamente considerata in maniera negativa dal pubblico dei consumatori».
Quindi, colore nero, tanto da meritargli il nome di «Sun black», ma polpa di tonalità tradizionale, così come resta inalterato il sapore di pomodoro. Ma allora perchè realizzare questo colore inedito per un ortaggio tanto diffuso? La risposta sta nella presenza degli antociani, potenti antiossidanti, utili a contrastare la formazione dei radicali liberi e, quindi, a rallentare il processo di invecchiamento. Il team di ricercatori è partito da una constatazione: che l’aspettativa di vita è aumentata grazie anche all’aggiunta, in alimentazione, di molecole capaci di prevenire le malattie e di migliorare la qualità del metabolismo, rallentando l’accumulo di radicali liberi.
Come i mirtilli
È nata così l’idea di combinare in uno stesso alimento le qualità del pomodoro comune, in cui gli antociani sono normalmente assenti, con quelle dell’uva nera o dei mirtilli che contengono un’elevata quantità di antociani, dall’azione antiossidante. Così il «Sun black» unisce le componenti nutrizionali di più frutti. Non è ancora in commercio, ma la ricerca su questo ortaggio-salvavita data ormai due anni. Il professor Gianpiero Soressi dell’Università della Tuscia l’ha ottenuto con un incrocio tra varietà con caratteristiche contrastanti. Uno dei «genitori» del pomodoro nero produce piccole quantità di antociani nella buccia, mentre l’altro produce elevate quantità di antociani nelle foglie: dal matrimonio è nato «Sun black».
«Il risultato - commentano al laboratorio - rappresenta una conferma della vitalità della ricerca in Italia. Con circa 150 mila euro messi a disposizione dal ministero dell’Università è stato possibile un risultato che potrebbe modificare in maniera significativa l’alimentazione». Per il progetto «Tom-Anto» si confermano due obiettivi: il primo propedeutico alla ricerca agroalimentare e a un possibile ingresso del «Sun black» in commercio, mentre il secondo riguarda lo studio dei geni coinvolti con il processo di produzione di antociani.
Fonte: La Stampa
Continua...Pesci tropicali che si adattano ai nostri mari, farfalle africane sul Tirreno, ghiacciai dimezzati, coralli e pernici bianche che scompaiono. L’Italia sta cambiando faccia anche per i mutamenti climatici in atto e i segnali sono arrivati nelle Oasi del Wwf, dove le lagune protette in Toscana e Puglia mostrano segni di deperimento, i boschi patiscono per la siccità e gli uccelli cambiano i tempi di migrazione e nidificazione. Per studiare meglio il fenomeno e trovare soluzioni di adattamento il Wwf ha deciso di far diventare le Oasi veri e propri laboratori di monitoraggio grazie a un progetto che vede unite Wwf e Microsoft Italia, con la collaborazione e il supporto scientifico dell’Università della Tuscia coordinati dal prof. Riccardo Valentini e la partecipazione, tra gli altri, del Corpo Forestale dello Stato e del Museo di Zoologia di Roma.
Un sistema di centraline di monitoraggio, un’equipe di biologi e ricercatori, il software messo a disposizione da Microsoft, da anni impegnata a livello internazionale nello studio del cambiamento climatico presso il laboratorio di ricerca informatica Microsoft Research di Cambridge. L’obiettivo è triplice: creare un database nazionale dei dati raccolti da inserire nel sistema di reti di monitoraggio nazionali ed europee; calcolare le potenzialità delle Oasi in termini di «assorbimento» del carbonio, una funzione importantissima per mitigare gli effetti del cambiamento climatico; effettuare delle previsioni a medio-lungo termine per attivare specifiche misure di adattamento e conservazione della biodiversità in Italia.
Da oggi il progetto è attivo in 16 Oasi pilota, in 10 regioni italiane (dai monti del Trentino al mare di Sicilia, dalle lagune venete ai boschi di Umbria e Sardegna). E nell’Oasi di Orbetello sarà presto realizzato un Centro dimostrativo dell’intera iniziativa.
In Italia la temperatura media è aumentata di circa 1 grado negli ultimi 100 anni (un trend in linea con quello europeo ma superiore a quello globale di 0,74 gradi centigradi) e le conseguenze sono già evidenti. Il Mediterraneo ospita ormai 750 nuove specie tropicali o subtropicali, di cui 110 pesci, come il barracuda o il pesce palla; e mentre in Liguria muoiono i coralli, proliferano un pò ovunque alghe e mucillagini. Molte piante, dal canto loro, fioriscono e fruttificano 15 giorni prima rispetto a 50 anni fa, la flora alpina si sposta verso l’alto per ritrovare temperature più fredde e anche interi boschi sono vittime dell’aridità del suolo. Sulle Alpi è poi scomparso il 50% dei ghiacciai negli ultimi 150 anni e sono a rischio specie simbolo come l’ermellino e la stella alpina. Sono solo alcuni dei dati italiani evidenziati dal dossier del Wwf.
E questa situazione si riflette anche nelle aree protette dell’Associazione: prosciugate alcune pozze d’acqua nell’Oasi di Burano, i cavalieri d’Italia hanno perso nidi e prole, il bosco di Palo Laziale è stato decimato dall’inaridimento della falda, il piccolo nucleo di pernice bianca dell’Oasi di Valtrigona rischia di scomparire, come già accaduto in gran parte delle Alpi.
«Proprio a partire da queste prime osservazioni nelle Oasi, specchio privilegiato di un fenomeno che sta colpendo tutto il territorio italiano dentro e fuori le aree protette - spiega Gianfranco Bologna, direttore scientifico del Wwf Italia -, abbiamo deciso di mettere a disposizione della ricerca sul clima in Italia, in maniera organizzata e pianificata, un patrimonio di aree protette che abbiamo salvato e gestito da 40 anni, creando all’interno delle Oasi un osservatorio sistematico e permanente. Questo sarà la base di partenza per studiare gli impatti del cambiamento climatico sulla nostra biodiversità e soprattutto le strategie da attuare per difenderla».
«Microsoft da sempre è convinta che il software sia strategico per la ricerca scientifica applicata a qualunque campo: in questo caso la nostra tecnologia sarà a disposizione dei ricercatori Wwf impegnati nello studio dei cambiamenti climatici e degli impatti sulle specie animali e vegetali - sottolinea Umberto Paolucci, Senior Chairman Microsoft EMEA -. In virtù di questa partnership internazionale, Microsoft Italia aiuterà il Wwf a costruire un sistema informativo super-efficiente con le nostre tecnologie ed insieme con il Wwf osserveremo l’evoluzione del Sistema delle Oasi, che rappresenta il più importante progetto di conservazione del Wwf Italia».
Il progetto è un contributo alla Campagna Wwf contro i cambiamenti climatici Generazione Clima, che chiede una riduzione delle emissioni di almeno il 30% entro il 2020 in Italia come nel resto d’Europa, una percentuale che concorrerebbe alla salvaguardia del 20-30% delle specie a rischio di estinzione a causa del cambiamento climatico.
| + Osservatorio Oasi |
Fonte : La Stampa
Continua...L’acqua ghiacciata fa dimagrire, quella del rubinetto fa male… abbiamo raccolto i luoghi comuni sul tema e abbiamo chiesto al dott. Maurizio Grassetto, specialista in idrologia medica, di svelarci (finalmente) la verità con il gioco del Vero o Falso
Sappiamo tutti che l’acqua fa bene, ce l’hanno ripetuto fino alla noia dietologi, nutrizionisti, trainer. È fondamentale essere ben idratati perché il nostro organismo possa svolgere le sue funzioni al meglio e pelle e capelli siano sani e forti. Magari, complici delle foto sbirciate sui rotocalchi, abbiamo pure adottato il trend tutto americano (per una volta realmente healthy!) di portare sempre con noi in borsetta una bottiglia o in mano un bibitone (anche se lo fate solo per emulare Sienna e Mischa, è tutto un guadagno per la salute). Ma, dati per assodati alcuni capisaldi, ossia che se c’è caldo bisogna bere di più e che la quantità minima ingerita dovrebbe essere pari a 1,5 l al giorno, rimangono alcuni punti che possono risultare poco chiari.
Con l’arrivo dell’estate, ha inizio la competizione a chi la spara più grossa sul tema acquatico, una lotta a suon di false promesse, pubblicazioni pseudo-scientifiche e ricerche di università fantasma. Ognuno con l’ambizioso obbiettivo di conquistare la palma per il miglior suggerimento-insegnamento della stagione. E visto che noi siamo dell’idea che non si finisca mai d’imparare, ci siamo tuffati in questo mare magnum e abbiamo raccolto i dieci dubbi più ricorrenti sul tema acqua e li abbiamo girati al nostro esperto, il dottor Maurizio Grassetto, specialista in Idrologia medica e direttore sanitario GB Thermae Hotels. Così siamo riusciti ad ottenere informazioni attendibili e smentire tutti i falsi miti in circolazione sull’argomento. Ecco quindi la top ten delle credenze popolari sul tema e le risposte del nostro esperto.
1- Bisogna bere più di 2 litri al giorno. FALSO. La quantità media si aggira intorno ai 1,5 - 2 litri, la classica bottigliona per intenderci. È sufficente, perché una grande quantità d’acqua è nascosta nel cibo che mangiamo (ne è ricca sopratutto frutta e verdura). Quindi se siete un po’ pigre o prese da mille impegni quotidiani e bere vi scappa proprio di mente, almeno consumate 4-5 porzioni al giorno di frutta e verdura per raggiungere il livello stabilito. Oppure seguite il nostro esempio: tenete una bottiglia d’acqua sulla scrivania o in borsa e sorseggiatela spesso, può anche essere un espediente anti mangiucchiamento incontrollato!
2- L’acqua frizzante fa digerire. FALSO. Sarebbe bello che semplicemente bevendo acqua gasata ci potessimo dimenticare in fretta del fritto misto a cui non siamo riuscite a rinunciare a pranzo! In realtà l’anidride carbonica con cui è addizionata l’acqua frizzante non ha alcuna proprietà digestiva. Le bollicine, dilatando lo stomaco, favoriscono l’espulsione del gas, ma questo non è sinonimo di digestione. Quindi dopo un pasto abbondante è inutile che vi attacchiate alla bottiglia, rischiereste solamente di gonfiarvi.
3- Bere tanto serve ad eliminare le tossine. VERO. Il nostro organismo per assolvere alle sue funzioni primarie (digestione, circolazione, movimento) produce degli scarti, che sono volgarmente chiamati tossine. Un’abbondante idratazione permette al fegato e ai reni, “spazzini del corpo”, di alleggerire il loro lavoro e facilitare l’eliminazione delle scorie. Naturalmente, a monte, bisognerebbe limitare i cibi elaborati, pesanti e ipercalorici, così anche il nostro rapporto con la bilancia ne gioverebbe!
4- Bere durante i pasti fa bene. VERO. È necessario che il cibo, sopratutto se particolarmente secco come pane o pasta, sia ammorbidito per facilitare l’azione dei succhi gastrici, pena una digestione rallentata e difficoltosa. Ricordatevi però di non esagerare: troppa acqua può diluire i succhi gastrici rendendoli meno efficaci. La giusta via di mezzo? Tre bicchieri a pasto.
5- Bere acqua gelida aiuta a dimagrire. FALSO. Semmai aiuta a farsi venire una congestione! Chi ha messo in giro questo suggerimento avvalora la sua tesi dichiarando che il corpo brucia più calorie per ristabilire la giusta temperatura. Ma è una convinzione totalmente infondata. Bevete acqua a temperatura ambiente o se proprio il caldo non vi da tregua, fredda, ma mai gelida.
6- L’acqua è calorica. FALSO. Che si tratti di acqua liscia o frizzante è totalmente priva di calorie. La stessa cosa non si può affermare per gli svariati tipi di acqua aromatizzata reperibili in commerico che possono contenere addirittura 60 calorie per 100 ml. Fate attenzione quindi, leggete bene le etichette, perché anche un liquido trasparente può nascondere insidie caloriche.
7- L’acqua del rubinetto è poco sana. FALSO. Sia dal punto di vista ecologico che da quello finanziario sarebbe meglio preferire quella del rubinetto, si risparmiano quintali di plastica necessaria per l’imbottigliamento ed è molto più economica (un metro cubo costa all’incirca come una bottiglietta). Inoltre è controllata a intervalli regolari dall’unità sanitaria e dal laboratorio biologico provinciale, quindi si va sul sicuro. Se però avete bisogno di acque particolari (solfate, bicarbonate, calciche..) che si trovano solo in bottiglia, fate attenzione alla data di scadenza (solitamente si trova stampata sul tappo), preferitele in bottiglie di plastica scura, meno soggetta ai danni dei raggi solari e sceglietele tra quelle della vostra regione perché subiscono meno trasferimenti, deleteri per la loro conservazione.
8- Bere tanto e spesso risolve il problema della ritenzione. FALSO. L’acqua passa e va, quello che causa la ritenzione è la quantità di sale e zucchero che introduciamo con i cibi.
Sono questi due elementi infatti che attirano l’acqua e la trattengono, determinando la fastidiosa buccia d’arancia. Riducete l’assunzione di alimenti molto salati o zuccherati e noterete che le pause toilette aumenteranno di frequenza e i ristagni su gambe e glutei si attenueranno.
9- Bere acqua calda al mattino stimola l’intestino. VERO. Assumere acqua tiepida a stomaco vuoto facilita la peristalsi intestinale. Fate una prova a colazione, prima del caffè, bevendo il succo di mezzo limone diluito in acqua tiepida, apprezzerete subito i risultati. Ed è anche un ottimo disintossicante naturale.
10- In aereo bisogna bere più spesso. VERO. Per compensare l’effetto disidratante dovuto all’aria condizionata e alla diminuzione di pressione, è necessario idratarsi più frequentemente, bevendo acqua o liquidi non gasati. Portatevi dietro anche una bottiglia di acqua termale spray in formato mignon (per non rischiare di farvela “sequestrare” al check in), la trovate in farmacia. E vaporizzate spesso viso e corpo: l’effetto idratante e refrigerante è immediato!
Fonte: La Repubblica
Con un investimento da un miliardo di euro sulle energie rinnovabili, fra tre anni la Regione Piemonte sara’ in grado di aumentare la propria produzione energetica in misura uguale a un quarto della quantita’ che attualmente importa dalla Francia. L’investimento e’ previsto in una intesa fra Regione ed Enel, sottoscritta oggi a Torino dalla presidente del Piemonte, Mercedes Bresso, con l’ad di Enel, Fulvio Conti. L’attuale consumo energetico del Piemonte e’ di 27 Twh, di cui 21 Twh prodotto sul territorio e 6 importato dalla vicina Francia. Grazie all’intesa, che prevede la costruzione di una ventina di impianti fotovoltaici e una decina di impianti eolici, alla fine dei tre anni la Regione sara’ in grado di produrre 1,5 Twh di energia in piu’, un quarto dei 6 Twh oggi acquistati oltre le Alpi. Gia’ lunedi’ prossimo l’assessore Andrea Bairati portera’ in giunta una delibera per la riconversione delle discariche di rifiuti esaurite in superfici su cui installare i pannelli fotovoltaici. Serviranno in tutto 120 ettari di terreno, pari a un terzo dello stabilimento di Mirafiori. Nei prossimi giorni partira’ un tavolo di lavoro congiunto per l’individuazione dei siti e la messa a punto del progetto. La fase progettuale durera’ un anno, poi partiranno i lavori. Gli impianti eolici saranno installati sui crinali montuosi a cavallo fra Piemonte e Liguria, i soli in grado di garantire venti costanti. Il solare invece sara’ maggiormente distribuito sul territorio. L’obiettivo del protocollo e’ arrivare a ”realizzare impianti per una potenza installata” di 150 Mw sull’eolico e 120 Mw sul fotovoltaico. ”Questa intesa - ha sottolineato Conti - e’ parte della nostra strategia di sviluppo delle fonti rinnovabili, per le quali Enel investira’ sette miliardi di euro fra Europa e Nord America. Il nostro obiettivo e’ arrivare in anticipo agli appuntamenti del protocollo di Kyoto. L’intesa con il Piemonte, fornendo un quadro normativo certo, ci libera da molte pastoie burocratiche e ci permette di accelerare”. ”Ci organizzeremo per garantire i tempi”, ha assicurato Bresso, che ha ricordato anche il recente accordo con Terna per il miglioramento della rete distributiva dell’energia elettrica piemontese, con i conseguenti risparmi energetici. (ANSA).
Continua...Più di 15 MW di elettricità solo nel Veneto: questo il potenziale del biogas, che può venire addirittura dal letame degli allevamenti di suiniAnche il letame che arriva dall’allevamento di suini è una fonte da non sottovalutare visto che viene utilizzato negli impianti di biogas, che producono energia per la rete elettrica nazionale, per il teleriscaldamento o viene riutilizzato nelle stesse aziende agricole. E alla fine i resti della trasformazione costituiscono una materia “sottoprodotto” che può comunque essere impiegato come compost per concimare grazie all’azoto che ancora contiene. Un esempio dell’ultizzo di tali fonti si ha in Veneto, dove sono già attivi venti impianti a biogas (8 nel veronese e nel padovano, 6 nel vicentino, 3 nel trevigiano, 2 nella provincia di Venezia, 1 in quella di Rovigo) e dai dati relativi alla qualità e quantità di biomassa prodotta: un totale di 23 milioni di tonnellate all’anno di biomassa, di cui 6,5 milioni solo di liquame, che danno quasi 45 milioni di metri cubi di biogas e una potenzialità degli impianti che oltrepassa i 15,5 MW.
‘‘C‘è purtroppo una certa confusione quando si parla di impianti biogas - spiega Giustino Mezzalira, direttore del settore Ricerca e Sperimentazione di Veneto Agricoltura - in quanto si tende a ricomprendere nel termine ‘‘biomassa’‘ anche prodotti agricoli dalla destinazione più pregiata. Qui invece si vuole sfruttare fino in fondo una risorsa di scarto da riutilizzare per creare nuova energia. Veneto Agricoltura - argomenta Mezzalira - ha attivato una specifica azione strategica sulle bioenergie, istituendo un nuovo settore all’interno della propria struttura proprio per dare delle risposte al territorio e agli operatori del settore. Sono necessari investimenti e leggi che consentano una semplificazione burocratica finalizzata a incrementare questo approccio alternativo all’approvvigionamento energetico, anche per le piccole aziende agricole’‘.
Fonte : La Repubblica
Continua...Un’estrosa manifestazione a favore della foresta amazzonica, il polmone mangia-Co2 che non deve essere toccato. Oggi alle tre di pomeriggio un urlo bestiale di diecimila persone griderà tutta la necessità di difendere l’ambienteSarà il caldo, sarà la carica delle vacanze, sarà che la coscienza ecologica non fa difetto (a dispetto dei pessimisti), fatto sta che domani un urlo più forte del rumore di un jet sarà lanciato per salvare la foresta amazzonica. A “urlare” saranno oltre diecimila persone che si sono date appuntamento domani all’Aquafan di Riccione (Rimini) per il primo ‘Shout4Planet’ al mondo.
Radunati dal tam tam di internet e dai telefonini, il movimento del Ride4Planet (http://www.ride4planet.it), festeggerà il Ride4Planet Day, per richiamare l’attenzione sull’importanza di salvaguardare il cosiddetto polmone verde del pianeta. La preparazione dell’urlo comincerà la mattina quando i coreografi dell’Aquafan inizieranno un’apposita danza, chiamata il ‘ballo del gorgheggio’, e daranno tutte le indicazioni ai partecipanti per aprire al massimo le vie respiratorie e aumentare la proprie capacità di ‘urlo’. Il momento clou della giornata sarà attorno alle 15, quando il campione di Moto Gp Andrea Dovizioso e la conduttrice tv Tessa Gelisio, presidente dell’associazione 4Planet, daranno il via al fatidico urlo da record, che sarà misurato con un apposito strumento.
L’obiettivo? Superare il boato che produce un jet in fase di decollo (circa 120 decibel) senza strumenti tecnici e fare tanto, tanto rumore a favore della zona del mondo che fa sparire ingenti quantità di Co2.
Leggera e sostenibile per l’ambiente come una foglia. Phylla (in greco appunto “foglia”) è infatti il nome del nuovo veicolo urbano elettrico, nato dalla collaborazione tra Regione Piemonte, Politecnico di Torino, il Centro ricerche Fiat e il gruppo di enti e imprese che gravitano intorno all’Environment Park di Torino.
Phylla, presentato nel corso di “Uniamo le energie”, è stato concepito come un veicolo ZEV (zero emission vehicle) e BEV (battery electric vehicle), ovvero per funzionare sfruttando energia pulita, proveniente in primo luogo da energia solare e idrogeno, ma in teoria con qualsiasi fonte pulita, visto che sarà ricaricabile attraverso le normali prese elettriche, che domani potranno essere alimentate da impianti a fonti rinnovabili.
Non solo: i ricercatori hanno anche lavorato per abbattere i costi, che risultano fino a 10 volte inferiori (circa un euro ogni 100 chilometri) rispetto a un veicolo equivalente di normale produzione a benzina di segmento A.
Specifiche tecniche. Lunga poco meno di 3 metri e larga 1,6, peso di 750 kg, Phylla ha un’accelerazione da 0 a 50 km/h in 6 secondi, e una velocità massima di 130 km/h. Contando solo sulle celle fotovoltaiche (della capacità di 380 Watt), che si inseriscono sul tettuccio e nelle portiere come le nervature di una foglia, ha un’autonomia di 18 chilometri, che arriva a 200 chilometri se si ricarica per 4-5 ore con la presa elettrica.
L’auto può inoltre contare su un sistema fuel cell abbinato a batterie a litio-ione o litio-polimeri, e per il risparmio, fanali e proiettori a led. Tra le caratteristiche che fanno di Phylla un veicolo 100 per cento eco-compatibile anche l’utilizzo di biopneumatici, realizzati da Novamont, azienda italiana leader nel settore delle bioplastiche.
Tramite l’utilizzo di risorse rinnovabili di origine agricola (amido di patate o mais), Novamont ha creato un biofiller che sostituisce il nerofumo e la silice dei tradizionali pneumatici garantendo innumerevoli vantaggi dal punto di vista economico ed ambientale. Il nuovo pneumatico Novamont infatti riduce il consumo di carburante grazie alla minor resistenza al rotolamento (su 15.000 km percorsi all’anno, si risparmiano oltre 150 euro), diminuisce il consumo del battistrada, riduce le emissioni di CO2 (10 gr/km)
Realizzata in materiali totalmente riciclabili, Phylla è un’auto adatta sia alla mobilità urbana individuale e condivisa (car sharing e van sharing), sia a quella professionale per l’accesso ad aree ristrette quali aeroporti, stazioni ed ospedali, località turistiche.
Fonte: http://www.zeroemission.tv/Objects/Pagina.asp?ID=3829
Continua...L’Unione Europea ha recentemente stabilito come parametro per la ripartizione del taglio della CO2 al 2020 il Pil procapite, criterio che indica solo la capacità di spesa di un paese ma non il potenziale effettivo di riduzione delle emissioni. Da qui il paradosso per cui chi ha un’efficienza energetica maggiore, ed emette meno CO2, deve compiere maggiori sforzi per rientrare nel target.
L’Italia, ad esempio, che nel 1990 aveva un livello di efficienza energetica più alto della media europea con il miglior rapporto di emissioni di CO2 rispetto al PIL, oggi non è più in linea con i parametri. La speranza di Assocarboni, l’associazione generale degli operatori del carbone, è quella che non si ripetano gli stessi errori commessi con il Protocollo di Kyoto, altrimenti il Paese si troverà a fronteggiare nuovamente un gap incolmabile. «Questa situazione - commenta Andrea Clavarino, Presidente di Assocarboni - non dipende dai nostri impianti, che sono i più ambientalizzati d’Europa, ma si tratta di scelte politiche sbagliate fatte da chi a suo tempo negoziò male per il nostro Paese, tanto che ancora oggi ne paghiamo le conseguenze». «Bisogna insistere affinché siano coinvolti anche i Paesi che emettono CO2 con impianti troppo vecchi». «Come associazione - conclude Clavarino - proporremo all’Unione Europa di adottare il criterio delle emissioni pro capite o di considerare almeno entrambi, emissioni e PIL Pro capite, per mettere insieme potenziale di riduzione e quello di spesa di un Paese».
In Italia, intanto, resta acceso anche il dibattito sul nucleare, una svolta doverosa ma che sicuramente richiede ancora tanto tempo per trarne beneficio. Nel frattempo, si deve investire in tutto il mix di soluzioni possibili per abbattere la spesa energetica. Una di queste è il carbone, che presenta ancora innegabili vantaggi e da cui l’Italia non può prescindere, per questo dobbiamo puntare sulla ricerca nel campo della cattura e sequestro della CO2.
Fonte : La Stampa
Continua...Su questi episodi mi pare ci sia stata un’enfatizzazione eccessiva”. Il ministro per lo Sviluppo economico, Claudio Scajola, minimizza gli incidenti verificatisi negli ultimi tempi nelle centrali nucleari francesi.
A margine della presentazione del rapporto 2007 del Gestore del servizio elettrico (Gse), Scajola ha sostenuto che “tutti questi episodi sono sotto il livello minimo di pericolo”. Il ministro che nel maggio scorso aveva annunciato il ritorno del nucleare in Italia ha quindi ripetuto che il piano energetico del governo prevede “grande attenzione alla sicurezza e centrali di nuova generazione che sono sempre più efficienti”. “Inoltre - ha aggiunto - “la storia delle 340 centrali nucleari nel mondo evidenzia come si tratti del sistema di produzione di energia meno pericoloso di tutti”. Per il ministro “la questione energetica ha ormai assunto i contorni di una vera e propria emergenza, che per l’Italia presenta caratteri di maggiore criticità. Di fronte a un simile scenario, sarebbe folle rimanere inerti”.
Parole rinforzate poi nel pomeriggio da Silvio Berlusconi. Se il prezzo del petrolio non scende, ha sostenuto il presidente del Consiglio, “l’occidente dovrà immettersi in una massiccia realizzazione di centrali nucleari”. Anticipando le perplessità che la costruzioni di nuovi impianti continua a suscitare in Italia, il premier ha quindi aggiunto: “Stamane ho avuto contatti con paesi disponibili ad accogliere centrali nucleari con finanziamenti italiani”.
D’accordo con Scajola anche il presidente dell’Enel Piero Gnudi: “Credo siano incidenti assolutamente irrilevanti, piccoli guasti sono sempre successi, solo che siccome noi abbiamo lasciato il nucleare, non hanno avuto evidenza sulla stampa”. “Comunque - ha concluso Gnudi - se e quando faremo impianti nucleari in Italia saranno molto moderni e ancora più sicuri. Gli incidenti anche se sono su impianti vecchi non sono significativi”.
Ermete Realacci, ministro ombra dell’Ambiente, si augura che “gli effetti dell’incidente alla centrale di Tricastin (in cui ieri cento operai sono stati lievemente contaminati, ndr) siano davvero di lieve entità, ma questo non vuol dire che non si debba sempre e comunque pretendere la massima trasparenza dalle autorità quando accadono incidenti agli impianti nucleari”. Per l’esponente del Pd “il nodo della sicurezza è ben lungi dall’essere superato e nonostante il nucleare oggi ci venga presentato come una fonte di energia sicura, pulita, illimitata e di basso prezzo, sappiamo bene che non è così”.
Quello di ieri è stato il terzo incidente in Francia in un paio di due settimane. Gli altri due episodi erano avvenuti lo scorso 8 luglio, ancora nella centrale di Tricastin, e il 18 luglio quando in un impianto dell’Areva a Romans-sur-Isere c’è stata una fuoriuscita di acque contaminate da elementi radioattive.
Fonte : La Repubblica
Continua...Sono circa 140.000 gli animali, tra cani e gatti, abbandonati ogni anno in Italia, secondo le stime della Lav, la Lega anti-vivisezione. Gli abbandoni si verificano durante tutto l’anno, con punte, spiega la Lav, di oltre il 30% nel periodo di apertura della stagione venatoria, per opera dei cacciatori che «provano» i cani e si disfano di quelli che non «funzionano» e il 25% in estate.
«Il fenomeno degli abbandoni - denuncia ancora la Lav - alimenta peraltro un enorme giro d’affari, stimato in circa 500 milioni di euro all’anno, legato alla gestione di molti canili privati che hanno costruito la loro fortuna grazie a convenzioni milionarie con le amministrazioni comunali, troppo spesso poco attente alla qualità del servizio offerto e quindi al benessere degli animali».
Nell’80% dei casi un animale abbandonato muore dopo poco tempo di fame o in un incidente stradale. I più «fortunati» trascorreranno una vita di stenti in strada o saranno rinchiusi nei canili. Circa 600 mila cani vivono attualmente rinchiusi nelle gabbie dei canili o da randagi insieme a 2,6 milioni di gatti. L’abbandono degli animali, è noto, è un fenomeno pericoloso anche per le stesse persone, provoca infatti ogni anno oltre 4.000 incidenti stradali, con 400 feriti e 20 morti. Per sensibilizzare su questo tema gli automobilisti in procinto di partire per le vacanze, la Lav di Torino ha organizzato per sabato 26 luglio a partire dalle 10.00 un sit-in durante il quale saranno distribuiti volantini sul tema ed i cani abbandonati (volontari mascherati) racconteranno ai passanti le loro tristi vicende e distribuiranno il volantino «Chi abbandona un animale ce l’ha piccolo… il cervello!».
Fonte: La Zampa.it
Continua...- Portati il bicchiere da casa e pagherai meno la bibita del distributore automatica. L’idea viene dal Giappone, per la precisione dalla città di Tokorozawa, a nord di Tokyo, che ha inserito l’eco-distributore all’interno del suo municipio. L’obiettivo è ridurre la grande quantità di rifiuti causata dalle centinaia di migliaia di bicchierini di carta e plastica usa e getta.
L’iniziativa, per il momento in via sperimentale, consente ai clienti “virtuosi” di risparmiare 10 yen (6 centesimi di euro). I consumatori dopo aver inserito nel distributore la cifra necessaria per acquistare la bevanda, 80 yen (47 centesimi), una volta appoggiato il bicchiere, devono premere un pulsante con il quale nfanno sapere alla macchina di non aver bisogno del bicchierino di plastica che dopo pochi secondi eroga il rimborso dei 10 yen.
Secondo i produttori dell’eco-distributore il progetto sta ottenendo un notevole successo tra i dipendenti del municipio e il suo utilizzo potrebbe in breve tempo essere esteso in altre zone della città. In Giappone i distributori automatici sono circa sei milioni e da tempo il Paese sta sperimentando soluzioni per limitarne l’impatto sia dal punto di vista energetico che da quello dei rifiuti.
Fonte: La Repubblica
BOLOGNA, 23 LUG - ”Buona, controllata, economica e a bassissimo impatto sull’ambiente”: sono le caratteristiche dell’acqua erogata da Hera, che per.incentivarne l’utilizzo domani ai principali sportelli della multiutility distribuira’ gratuitamente circa 5.000 borracce da 0,75 litri, da riempire con l’acqua del rubinetto e utilizzare in ogni momento, al lavoro ma anche nel tempo libero. Circa 6.000 borracce saranno distribuite nei giorni successivi a tutti i dipendenti del Gruppo. L’iniziativa, realizzata in collaborazione con Adriatica Acque, ha come obiettivo la promozione dell’acqua del rubinetto: ”un’acqua su cui Hera fa oltre cento controlli al giorno, i cui requisiti di qualita’ sono garantiti da un’elevata sorveglianza delle fonti di approvvigionamento, da un uso di tecnologie di alto livello per la potabilizzazione, da una verifica costante sugli impianti e da un’adeguata vigilanza delle Aziende Usl”. L’utilizzo dell’acqua di rete - rileva Hera - ”consente numerosi vantaggi, economici e ambientali. Bere l’acqua di rubinetto e’ un risparmio per le nostre tasche, il suo costo (circa 0,14 cent/litro) e’ inferiore di quasi 200 volte rispetto a quello della minerale (circa 25 cent/litro). L’Italia si trova infatti al primo posto nel mondo per consumo pro-capite di acqua (192 litri di acqua minerale a persona nel 2006 secondo fonte Worldwatch Institute), per cui se si considera un consumo medio di 1.000 litri all’anno per una famiglia di tre persone, al prezzo medio di 25 centesimi per litro di alcune acque minerali, la spesa che risulta e’ di circa 250 euro all’anno, mentre la spesa per la stessa quantita’ di acqua proveniente dall’ acquedotto sarebbe di un euro. Sotto il profilo ambientale, il consumo dell’acqua di rete contribuisce a diffondere l’adozione di comportamenti piu’ sostenibili e quindi aiuta a difendere l’ ambiente perche’ riduce la produzione e quindi lo smaltimento di bottiglie di plastica e anche gli impatti, tra cui la produzione di combustibili fossili, derivanti dal loro trasporto dalle sorgenti ai luoghi di consumo”. L’iniziativa di domani rivolta ai clienti Hera e’ parte di un progetto piu’ ampio denominato ‘Hera2O’, che ha visto l’azienda impegnata nell’installazione di erogatori nelle mense e negli uffici, in modo da promuovere tra i lavoratori la scelta dell’ acqua di rete. L’iniziativa ”ha riscosso enorme successo”, portando nei primi tre mesi di presenza degli erogatori in quattro mense aziendali ad un risparmio di oltre 11.000 bottiglie di plastica: per questa ragione si e’ pensato di incentivarne l’utilizzo verso l’esterno, offrendo ai clienti un oggetto che renda questa ‘buona pratica’ piu’ agevole per tutti. Le borracce distribuite ai clienti potranno essere riempite immediatamente poiche’ in occasione dell’iniziativa saranno installate, nei principali sportelli, distributori in grado di erogare acqua del rubinetto refrigerata, liscia o gasata, che possono essere installati anche nelle case. Insieme alla borraccia sara’ distribuito un volantino con dati sulla qualita’ dell’acqua Hera, in rapporto sia ai limiti di legge sia alle principali acque minerali. I dati sulla qualita’ dell’acqua di rete, Comune per Comune, sono disponibili anche sul sito web del Gruppo. Nel territorio servito da Hera Bologna le borracce saranno in distribuzione ai clienti che svolgeranno pratiche amministrative nei sette sportelli di Bologna, Bazzano, Casalecchio, S.Giorgio di Piano, S.Giovanni in Persicelo, S.Lazzaro e Vergato. (ANSA).
Continua...Prosegue in Italia la crescita di nuovi impianti a fonti rinnovabili, ma non cresce la quota di produzione elettrica italiana da queste fonti sul totale della produzione nazionale. Lo rileva il Gestore dei Servizi Elettrici nel Rapporto annuale 2007, che è stato illustrato dal presidente Carlo Andrea Bollino e dall’amministratore delegato Nando Pasquali. Il Gse evidenzia una continua crescita di nuovi impianti a fonti rinnovabili: nel 2007 il numero di impianti qualificati è passato da 1.469 a 2.296, di cui 1.335 in esercizio e 961 a progetto; al 31 dicembre 2007 erano in esercizio 1.335 impianti incentivati con i certificati verdi e 4.841 impianti fotovoltaici incentivati con il Conto energia.
Pur a fronte di un aumento della potenza efficiente lorda degli impianti rinnovabili nell’ultimo decennio dai circa 17 mila Mw del 1997 a oltre 21 mila Mw nel 2006 - rileva il rapporto - la quota di produzione elettrica italiana da fonti rinnovabili sul totale della produzione nazionale “si è mantenuta intorno al 20%” e la causa è “l’aumento dei consumi e la riduzione negli anni della produzione idroelettrica, dovuto sia a ragioni ideologiche che a disposizioni legislative”. Tra il 1994 al 2007, ha precisato Bollino, la quota di produzione da fonti rinnovabili sul consumo interno lordo di elettricità è scesa progressivamente dal 18% al 13,7%. In bolletta, rileva ancora il rapporto, l’onere complessivo dell’energia incentivata (Cip6) è risultato nel 2007 di 2,4 miliardi di euro: questo onere - precisa il Gse - si ridurrà gradualmente nei prossimi anni fino ad annullarsi nel 2020, allo scadere di tutte le convenzioni.
Fonte: Ansa.it
Continua...In molti villaggi del Tibet ci sono due modi per prepararsi un pasto: accendere un fuoco utilizzando la legna o lo sterco di yak come combustibile; ricorrere ai rudimentali fornelli di metallo ricoperti di specchi (molto diffusi anche in Africa). Entrambi questi metodi, però, comportano molti problemi per le popolazioni locali: il fumo del letame provoca seri danni ai polmoni; la legna è poco disponibile e sta portando a una lenta deforestazione; i fornelli sono molto pesanti e spesso causano seri incidenti durante la cottura.IL FORNELLO DEL MIT - Dai laboratori del Massachusetts Institute of Technology è ora arrivata un’alternativa destinata a cambiare la vita di molte persone che vivono sull’Himalaya. Si tratta di un fornello solare che riesce a combinare un approccio più pulito all’ambiente e meno rischi per la salute di chi lo utilizza. Ideato insieme a un team di ricerca dell’università tibetana Qinghai Normal, ha una base di bambù e una superficie di lana di yak ricoperta da un filtro solare (il Mylar) in grado di catturare molto calore e così riscaldare velocemente gli alimenti o le pentole poggiate sopra. L’utilizzo di sostanze per lo più presenti in natura ha permesso di ridurre al minimo i costi (solo 17 dollari). Inoltre, rispetto ai fornelli rudimentali, ha due pregi fondamentali: è super-leggero (può essere quindi trasportato agevolmente dai pastori) e molto più stabile (resiste anche alle violenti sferzate di vento).
OAS_AD(\\'Bottom1\\');ECO-DESIGN - Il progetto del fornello solare è stato uno dei vincitori della recente Ideas Competition del Mit e ha subito attirato l’interesse dei produttori locali, che intendono commercializzarlo in Tibet dal prossimo anno. E c’è già chi pensa di esportarlo in analoghe zone elevate della Cina, dell’India e dell’America del Sud. Anche perché gli incidenti causati da metodi di cottura poco corretti sono all’ordine del giorno in tutti questi paesi. La World Health Organization ha calcolato (qui il report) che ogni anno 1,5 milioni di persone muoiono per malattie o incidenti causate da pratiche pericolose di cottura.
Nicola Bruno
Fonte: Corriere della Sera
CAGLIARI, 23 LUG - Abbanoa, il gestore unico della risorse idriche in Sardegna, ha annunciato una serie di interruzioni nell’erogazione dell’acqua in varie localita’ e ha diffuso il calendario degli interventi. A Elmas domani e’ prevista una breve interruzione del servizio idrico dalle 9 alle 13. A richiedere la sospensione dell’erogazione dell’acqua e’ stato il Comune che sta provvedendo alla sistemazione idraulica degli affluenti della sponda sinistra del Fluminimannu. Mercoledi’ 30 luglio, invece, a causa dell’interruzione dell’alimentazione elettrica da parte dell’Enel nell’impianto di potabilizzazione di Villacidro potrebbero verificarsi disservizi nell’approvvigionamento idrico ai serbatoi di Arbus, Gonnosfanadiga, Guspini, Siliqua, Vallermosa e Villacidro, con possibile interruzione della distribuzione alle utenze per consentire il ripristino delle scorte di accumulo. (ANSA).
Continua...Anche quest’anno si registrano centinaia di segnalazioni da cittadini a cui viene negato il ‘diritto al mare’, cioe’ l’accesso alla spiaggia. Di qui la decisione di Angelo Bonelli dei Verdi di ricorrere alle vie legali. ”Presenteremo un esposto alla Procura della Repubblica, in particolare a quella di Roma - riferisce Bonelli in una nota - ed una denuncia all’Unione europea affinche’ si avvii anche un’indagine sulla gestione del demanio, visto che la privatizzazione e’ un’anomalia tutta italiana”. Secondo quanto afferma Bonelli ‘’sugli oltre 7mila km di spiagge italiane siamo arrivati ad una situazione allucinante: piu’ del 45% e’ reso inaccessibile dl cemento e dagli stabilimenti. Inoltre - prosegue l’esponente del Sole che ride - dal dossier realizzato dai Verdi emerge, poi, che in molte citta’ italiane come Roma, Genova, Livorno ed altre ancora risulta occupato l’80-85% degli arenili”. A difesa dei cittadini i verdi mettono a disposizione un ‘Manuale di autodifesa del nagnante’, che si puo’ scaricare via internet dal sito www.verdi.it. (ANSA).
Continua...Raggiunti da elementi radioattivi fuorusciti da una tubatura del reattore 4 fermo per manutenzione
PARIGI (FRANCIA) - Cento operai della centrale nucleare del Tricastin, dove alcuni giorni fa c’era stata una fuga di materiale radioattivo, sono stati contaminati «leggermente» oggi da elementi fuorusciti da una tubatura nella reattore numero 4, fermo per manutenzione.
La centrale nucleare di Tricastin (Ap)
Lo ha reso noto la direzione di EDF la società elettrica che gestisce la centrale nucleare.
FUGA DI COBALTO 58 - Gli operai irradiati nella centrale di Tricastin, che si trova a oltre 200 chilometri dall’Italia, sono stati contaminati dal cobalto 58. L’incidente, secondo EDF, è avvenuto questa mattina e avrebbe provocato contaminazioni «leggere, 40 volte inferiori al limite regolamentare». I 97 dipendenti sono stati evacuati d’urgenza dalla centrale quando l’allarme della contaminazione si è messo a suonare per una fuga nel reattore numero 4. Fra i 97, sarebbero 91 ad aver presentato segni di contaminazione al cobalto 58, un «metallo bianco» che entra nella composizione di leghe speciali, pneumatici e coloranti ma che, attivato a livello radio, è presente nei reattori e, da solo, possiede il 39% di tutta l’attività irradiante. Gli impiegati contaminati sono stati visitati e rimandati a casa, per loro non esisterebbero pericoli immediati. Si tratta del terzo incidente nucleare nella regione in meno di 16 giorni.
NUOVO INCIDENTE - In precedenza si era infatti appreso del terzo incidente ad una centrale nucleare negli ultimi 20 giorni, dopo quello di Tricastin del 7 luglio e quello di Roman Sur Isere del 18 luglio. Altri quindici operai dell’impianto nucleare di Saint Alban, nella regione dell’Isere (sud della Francia), sarebbero stati contaminati nei giorni scorsi dalla fuoriuscita di liquido radioattivo. Lo riferisce Electricité de France (Edf), l’azienda elettrica francese. «Gli operai sono stati leggermente contaminati nel corso di un intervento di manutenzione su un cantiere dell’unità produttiva numero due», ha indicato un responsabile della direzione. In seguito all’incidente, avvenuto venerdì, sono state ritrovate «tracce di elementi radioattivi» nel corso dei monitoraggi e dei controlli di routine dei dipendenti dell’impianto. I lavoratori sono stati sottoposti a un controllo medico ma l’azienda esclude che vi siano conseguenze di alcun tipo per la loro salute. Le cause dell’incidente non sono ancora state chi